Una risposta al bisogno di orientarsi rispetto al cambiamento in corso finalizzato a sviluppare nella gente la capacità di credere in un uso creativo e responsabile dell’ambiente costruito.

Nello scrivere questo articolo per il magazine “Atelier, la rivista di architettura lifestyle & design del Nordest”, ho rivolto uno sguardo alla specificità del Nord Italia, per cogliere le sensazioni piu’ aggiornate nel campo delle costruzioni architettoniche, il nuovo linguaggio che si sta instaurando nei territori così fortemente differenziati tra loro, che compongono il nostro grande NordEst.

Dalle terre di Laguna caratterizzate dall’acqua alle grandi distese di terra fertile, dagli ambiti industriali alle città d’arte, dai declivi della pedemontana fino ai territori alpini piu’ impervi, ogni luogo comunica la profonda conoscenza delle proprie peculiarità, del proprio patrimonio storico e architettonico, in un ambito paesaggistico complesso e fortemente tutelato, ben inserito in un paesaggio che invece muta e vive.

Per “progettare bene” in questi contesti, si dovrebbe intendere non solo il corretto uso delle risorse e del risparmio energetico, ma anche la riscoperta del rapporto con il contesto storico e ambientale. Spesso gli architetti moderni hanno creato grandi edifici-scultura, senza porre la giusta attenzione alla sostenibilità. Invece, specie in un paese come l’Italia, si dovrebbe prestare più attenzione alla fragilità del territorio e ai rischi idrogeologici e sismici.

C’è qualche cosa di nuovo nel nostro percepire e progettare le nuove “operazioni architettoniche” intorno a noi, che ci ha portato a sviluppare un senso critico nei confronti dell’ambiente, che sostanzialmente si dividono in due grandi gruppi:

il primo è costituito da una nuova conoscenza della città contemporanea e dei suoi spazi pubblici che negli ultimi anni hanno visto emergere un diverso orizzonte e nascere innovativi progetti di sviluppo urbano per trasformare vecchie aree e crearne di nuove;

il secondo invece interessa le costruzioni in ambito extraurbano o nelle vicinanze di un contesto naturale piu’ ampio, e riguarda edifici che conferiscono un volto innovativo ai siti o ai quartieri che le ospitano.

In entrambi i casi, se è vero che in epoca recente esistono architetture moderne che tolgono il fiato e che hanno riconfigurato lo skyline delle città, sono sempre di più le strutture che, nelle metropoli o a ridosso dei centri abitati, possono attrarre le persone per far conoscere luoghi meno noti ai più e  l’ultima tendenza parla di interattività: sono opere architettoniche capaci di far vivere esperienze ed emozioni indimenticabili.

E’ importante e più facile, per i cittadini di oggi e di domani, capire l’architettura contemporanea e riconoscere la qualità urbana, essere maggiormente sensibili verso i nuovi spazi della città e rafforzando il rapporto tra architettura e società. E’ una risposta al bisogno di orientarsi rispetto al cambiamento in corso ed è finalizzato a sviluppare nella gente la capacità di credere in un uso creativo e responsabile dell’ambiente costruito.

Ne è un importante esempio, nelle città segnate da profonde trasformazioni che ne stanno cambiando radicalmente il volto, l’attenzione rivolta al mantenimento del percepito visivo, scegliendo di non costruire nuovi volumi ma di re-inventare le aree industriali dismesse, come l’ex stabilimento Pagnossin di Treviso, dove l’imprenditore Damaso Zanardo e l’università di architettura Iuav di Venezia hanno un piano per sviluppare ricettività, spazi promozionali e punti d’incontro:  “Open Dream” –  «Si tratta», dichiara il rettore dell’università Iuav di Venezia Alberto Ferlenga, «di un vero e proprio progetto di rigenerazione urbana al quale i giovani ricercatori Iuav, lavorando a stretto contatto con Zanardo, stanno dando sostanza progettuale. L’idea è di dare vita a un’area che risponda alle primarie esigenze della persona: ravvivando i cinque sensi. L’ambizione è di creare una cittadella nella quale si incontrino food & beverage, ricettività ed eventi con arte e design, dando grande attenzione alle produzioni locali a partire dalla bioagricoltura». Si parla quindi di recupero e riuso, dove l’architettura degli eventuali ampliamenti si declina e re-inventa se stessa al fine di ben convivere con l’esistente.

Forse piu’ stravagante e sempre in Veneto, “Bolle” è il progetto di Massimiliano Fuksas per Nardini a Bassano del Grappa, in cui l’architetto ha voluto contrapporre alle bolle vitree dei laboratori, sospese sullo specchio d’acqua, la pesante corposità dell’auditorium ipogeo, grande esempio di architettura emozionale. Anche qui architettura al servizio di realtà industriali storiche del Nordest, dove il contesto è di grande impatto emozionale.

Anche a Padova un esempio di architettura emozionale, dove l’opera “Memoria e Luce” di Daniel Libeskind, architetto statunitense di origine polacca di fama internazionale, riconosciuto come uno tra i dodici più importanti architetti mondiali e già vincitore del concorso per la ricostruzione dell’area di Ground Zero a New York, ha realizzato un “monumento contemporaneo” costituito da un’imponente struttura luminosa realizzata in vetro e acciaio a ricordare le vittime dell’attentato al World Trade Center dell’11 Settembre 2001.

Allo stesso modo, è in corso una profonda trasformazione dei nuovi edifici progettati in ambito extraurbano, nelle località turistiche o negli spazi naturali di mare, di pianura e di montagna.

Diversi sono gli standard, minori dimensioni in altezza, maggiore attenzione alla luce, ai materiali, alla morfologia comunicativa: dal nuovo concetto di architettura Ipogea fino alle piu’ tecnologiche costruzioni montane tutte in legno e vetro, sempre secondo la parola d’ordine: sostenibilità. Che vuol dire costruire con un’attenzione mai vista al nostro pianeta e alle sue risorse: “sostenibilità” e l’etichetta “architettura sostenibile” dilagano tra architetti e designer fondamentalmente per due ragioni: funzionali e formali. Ogni oggetto che sia sostenibile deve far trapelare consapevolezza ecologica, quindi attraverso la propria immagine, la sua funzionalità si relaziona al suo rapporto nei confronti dell’ambiente.

«La sostenibilità – credo – sia la scoperta recente che la terra è fragile e che le città sono vulnerabili». Questo dice, in un’intervista del 2008, l’architetto Renzo Piano riguardo la sostenibilità, in cui non vede solamente una scoperta scientifico-tecnica, ma soprattutto un’opportunità per l’architettura di esplorare nuovi linguaggi e la possibilità di dialogare con il clima e con il contesto.

Ne è un esempio la “Casa Invisibile” dell’architetto giapponese Tadao Ando costruita per Deborah e Alessandro Benetton, dove l’ispirazione che ha portato alla progettazione di questa villa unifamiliare è stata la ricerca del dialogo tra lo spazio interno e il contesto ambientale. La struttura, parzialmente ipogea, è composta da due piani completamente nascosti da terrapieni verdi, mentre il terzo si apre allo spazio grazie alle ampie e luminose vetrate.

O l’edificio di Conegliano Veneto (Treviso), Sede della Savno (Servizi Ambientali Veneto Nord Orientale) che infatti ha vinto il premio Energy Globe Award, realizzando una struttura interamente costituita da materiali provenienti dalla raccolta differenziata, ed è la nuova sede ecosostenibile del consorzio trevigiano. Dalla struttura fino ai più piccoli dettagli, ogni parte dell’edificio vincitore del premio è realizzata con materiali riciclabili, inoltre grande attenzione al risparmio energetico e di risorse è stata posta anche in fase di progettazione dell’impianto di climatizzazione: tutto contribuisce a ridurre l’emissione di gas serra nell’ambiente e l’incessante sfruttamento di risorse non rinnovabili.

E ancora a Trento, dove Renzo Piano ha progettato il MUSE: il Museo delle Scienze, un esempio di costruzione attenta alla sostenibilità ambientale e all’efficienza energetica.
Seguendo i principi della bioarchitettura, nella costruzione sono stati scelti materiali di provenienza locale per limitare l’inquinamento dovuto al trasporto. Il criterio della sostenibilità trova applicazione nella scelta del bambù di produzione italiana come legno per la pavimentazione delle zone espositive. Mentre il risparmio energetico è perseguito con un ampio e diversificato ricorso alle fonti rinnovabili: sono presenti sistemi di ventilazione naturale e di geotermia, pompe di calore e pannelli solari di ultima generazione. Ma l’edificio ha un forte elemento di riconoscibilità soprattutto nella copertura che simula i versanti delle montagne: una successione di spazi e di volumi adagiati su un grande specchio d’acqua.

Altro esempio di architettura sostenibile, questa volta anche montana e sociale, è  “Senior City”: nell’immagine un progetto che ho svolto con alcuni colleghi per il recente concorso indetto a Cortina d’Ampezzo dalla Fondazione  Cortina d’Ampezzo per Anziani onlus, nata nel 1973 a seguito del sostegno economico di due famiglie: Astaldi e Falk. Si tratta di un complesso edilizio di 30 alloggi per anziani autosufficienti, interessante nel suo scenario di evoluzione socio demografica, pensato per l’utente che invecchia in un contesto storico di consolidata vocazione turistica, coinvolgendo tutta la comunità.

Un’architettura “di contenuti” e non solo di forma, dunque…per tutti. Scoprire le “architetture” intorno a noi è un percorso per stimolare curiosità e attenzione e guidare lo sguardo a “saper vedere l’architettura”: un invito a leggere il nuovo, nel Nordest e nelle altre città del mondo, essere parte attiva delle trasformazioni in corso, riconoscere dentro di se gli strumenti per una lettura critica dell’oggi in cui la stratificazione delle città si fonde con riferimenti trasversali nello spazio e nel tempo, per cogliere in modo non banale l’articolazione geometrica e ambientale, la logica costruttiva, la materia che dà corpo all’architettura e comprendere la complessità dei processi in gioco nella sua progettazione e costruzione.

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